You are currently viewing Il femminismo in Giappone

Il femminismo in Giappone

La donna giapponese in epoche antiche aveva un ruolo centrale, perchè occupava anche posti di potere di estrema importanza (vennero elette ben sette donne imperatrici).

Anche nei racconti mitici viene messa in rilievo l’importanza delle donne: basti pensare alla divina Amaterasu, dea del sole da cui scaturisce secondo la tradizione l’intera dinastia regnante.

Gradualmente questo suo ruolo primario verrà completamente ridimensionato. La donna diventerà completamente subordinata all’uomo, soprattutto a causa della fortissima influenza del confucianesimo, il cui pensiero tradizionale è ancora presente e fa da substrato nella mentalità dei giapponesi di oggi.

Il confucianesimo disprezza le donne, considerate esseri inferiori con l’unico compito di badare alla famiglia, fare ed educare i figli, essere rispettosa verso il marito. 

Il movimento femminista emerse in Giappone durante il rinnovamento Meiji (1868-1912). Questo movimento pose fine allo shogunato militare e aprì le porte del sistema feudale nipponico alla modernità. 

In passato, le donne non godevano di alcuno status giuridico, non avevano diritti di proprietà ed erano inferiori rispetto all’uomo sotto ogni aspetto.

Con la restaurazione del governo imperiale, il Giappone cercò di mettersi al pari dell’occidente in termini tecnologici, militari e giuridici, di abolire i privilegi feudali. Inoltre, ispirandosi agli ideali illuministici europei, cercò di appianare le disuguaglianze tra i sessi. 

Pensiamo alla metafora che porta Raicho Hiratsuka nel 1911: le donne un tempo erano il sole.

Esprimevano il sé autentico con grande senso di autostima e liberazione. La società però le ha obbligate a nascondere il loro potenziale, a dipendere dall’uomo e a riflettere la sua brillantezza. Ora le donne sono una luna pallida e malata. 

In Giappone fu l’interesse nella letteratura europea a fornire la spinta per lo sviluppo del femminismo. 

Nel 1907, un gruppo di donne fondò una società letteraria chiamata Keishu Bungakukai, che organizzava incontri con noti scrittori e docenti di letteratura europea. 

Nel 1911 Raicho Hiratsuka, membro della società, organizzò un nuovo gruppo femminile chiamato Blue Stockings. Il nome si ispirava al celebre gruppo di discussione del ‘700, fondato a Londra da Elisabeth Montagu.

Anche Raicho Hiratsuka era una scrittrice e la sua autobiografia “all’inizio la donna era il sole” descriveva la sua ribellione ai codici sociali del tempo di cui l’arrendevolezza femminile era un aspetto cruciale.

Tra le sue attività, il Seitosha pubblicava una rivista dal titolo “Blue Stockings” per promuovere la scrittura creativa tra le giapponesi e coltivare l’immagine della “nuova donna”.

Combattendo contro la cultura tradizionale e feudale, il gruppo diventò un bersaglio della censura di governo per la diffusione di “idee rivoluzionarie”. Fu sciolto nel 1916.

Il Seitosha preparò il terreno per una nuova organizzazione, lo Shin Fujin Kyokai (associazione delle donne nuove), che dal 1920 condusse campagne per i diritti politici femminili.

Il gruppo sollevò la questione dell’emancipazione tra gli intellettuali giapponesi, sia uomini che donne. Promise quindi un ideale di “donna nuova” che tentava di spezzare i vecchi legami feudali e patriarcali.

Sotto la leadership di Fusae Ichikawa, lo Shin Fujin Kyokai composto dalle suffragette di Tokyo analizzò il ruolo tradizionale che la donna assumeva all’interno della famiglia. Si iniziò ad affermare che la possibilità di contribuire al futuro del Paese l’avrebbe resa una moglie e una madre migliore. 

Le donne giapponesi ottennero il diritto di voto nel 1945 poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, e si iniziò a credere che fossero state le sofferenze del periodo bellico a garantire loro il suffragio. 

Al di là della facciata di modernità e emancipazione le donne giapponesi oggi sono ancora belle lontane dalla raggiungimento della parità con gli uomini. 

La maggior parte di loro lavora ma ancora non in maniera continuativa e molto difficilmente riescono a raggiungere alti livelli dirigenziali. La donna il più delle volte risente ancora della pressione sociale e della mentalità tradizionale che la vuole brava moglie e madre, dedita alla cura della casa e della famiglia, sottoposta a pressioni sociali, pena il disonore, quali l’obbligo di sposarsi presto (tuttora spesso attraverso un matrimonio combinato dai genitori) e la rinuncia alla propria carriera lavorativa per occuparsi di casa e famiglia. 

Nonostante i molti passi avanti percorsi dalle donne giapponesi per allontanarsi dallo stereotipo della geisha, bellezza di porcellana da rinchiudere in casa, il cammino verso l’emancipazione è ancora lungo (purtroppo). 

Lascia un commento