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Il mito della meritocrazia

Negli ultimi giorni abbiamo visto come vi fossero solo nomi di uomini nei vertici delle task force impegnate nella lotta al Covid-19.

La stessa cosa è avvenuta nella nomina dei vertici RAI.

È stata necessaria un’azione coordinata dall’hashtag #datecivoce per mettere in luce una disparità evidentemente in contrasto con l’articolo 52 della Costituzione Italiana e ottenere una rappresentanza del genere femminile. 

La motivazione addotta per giustificare l’assenza femminile era che i posti erano stati assegnati in base al merito, e non in base al genere.

Quindi non ci sono professioniste preparate e adeguate al ruolo? 

In realtà, le quote di genere

«più che a promuovere donne non abbastanza qualificate, servono a sgomberare il campo dai maschi incompetenti». 

Credere nella meritocrazia significa non vedere un pregiudizio istituzionalizzato.

Il sistema meritocratico non è oggettivo. Piuttosto, tende a far prevalere chi parte già avvantaggiat*.

Nelle lettere di referenza accademiche, le candidate sono descritte con termini affettivi quali “cordiale”, “garbata”, “capace di lavorare in team”, mentre gli uomini sono associati ad aggettivi come “ambizioso”, “sicuro di sé”, “leader”.

Come conseguenza, abbiamo donne che hanno caratteristiche che non combaciano con quelle richieste dagli annunci di lavoro.

Rispetto ai colleghi maschi con pari requisiti, le donne hanno meno possibilità di ottenere fondi per le proprie ricerche e ottenere un posto di lavoro.

Allo stesso modo, i docenti maschi ricevono un maggior numero di giudizi positivi rispetto alle loro colleghe, anche se sono meno preparati. 

I test di valutazione servono a capire

«non tanto se il candidato è o meno adatto a svolgere un lavoro, ma piuttosto se possiede una serie di caratteristiche stereotipate». 

Quando una società europea pubblicò un annuncio di lavoro che esaltava l’“aggressività e la competitività”, le candidature femminili furono del 5%.

Una volta sostituita la foto con quella di una donna e utilizzate parole come “entusiasmo e innovazione”, le candidature femminili salirono al 40%.

Uno dei problemi nella ricerca del lavoro è il fatto che spesso le donne non riescono a rispondere a tutti i criteri richiesti dagli annunci, semplicemente perché gli annunci sono basati su caratteristiche maschili.

E se le donne che non si candidano, che sono modeste e che non si propongono per avanzamenti di carriera, non fossero le responsabili del problema? E se il problema fosse un sistema inconsapevolmente propenso al maschile?

Fonti: 

https://www.independent.co.uk/news/business/news/workplace-gender-quotas-incompetence-efficiency-business-organisations-london-school-economics-lse-a7797061.html

“Invisibili” (2019) – Caroline Criado Perez

Profilo instagram @lhascrittounafemmina

Profilo FB @datecivoce (campagna #datecivoce)

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