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Perché dovremmo mangiare meno carne?

Ciò che mangiamo esprime da sempre qualcosa di noi: il cibo parla di cultura, di tradizioni, di salute, di comunità, di religione.

Dobbiamo sempre ricordare, tuttavia, che ciò che mettiamo nel piatto non influenza solo noi.

E’ una scelta che unisce diversi aspetti della nostra quotidianità e della società in cui viviamo, ma non solo.

Influenza anche l’economia, il futuro dell’ambiente e del nostro ecosistema, in particolare quando si tratta di carne, in cui interviene anche una importante scelta etica e morale rispetto alla vita animale.

Secondo una media globale, ogni anno vengono consumati pro capite quasi 40 kg di carne, distribuiti in realtà in modo eterogeneo e con grandi differenze tra Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati, in cui si consumano più di 80 kg di carne l’anno a persona (dati del 2007).

Sebbene secondo l’ ”Unione Vegetariana Europea’‘, l’Italia sia il Paese dell’UE con il più alto tasso di vegetarianismo, vi è ancora molto da fare, soprattutto dal punto di vista della sensibilizzazione all’argomento.

Il consumo medio globale di carne è aumentato rapidamente negli ultimi 50 anni

Secondo un articolo della BBC, infatti, la quantità di carne prodotta è passata da 70 milioni di tonnellate nei primi anni ’60 del Novecento a circa 300 milioni di tonnellate nel 2017. La situazione è preoccupante: la FAO (Organizzazione Delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) stima che nel 2050 raggiungeremo quota 465 milioni di tonnellate. 

Ma cosa significa tutto questo per il nostro Pianeta? 

Gli allevamenti intensivi, in cui migliaia di animali sono stipati in condizioni pietose, sono responsabili della produzione di una grande quantità di gas serra.

Principalmente, si parla di metano, ossido di diazoto e ammoniaca, ancora più dannosi dell’anidride carbonica dal punto di vista del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli ecosistemi. 

Le cause sono in particolare i processi digestivi degli animali, le enormi quantità di letame prodotte e la produzione dei mangimi atti a nutrirli.

Tuttavia a tutto ciò dobbiamo aggiungere la problematica dei trasporti (sia dei mangimi, sia dei prodotti), e, ancora, l’uso di fertilizzanti petrolchimici per le coltivazioni intensive.

Almeno il 18% delle emissioni di gas serra prodotti dalle attività umane è riconducibile ai processi di allevamento.

Un dato assolutamente preoccupante se si pensa che, sempre secondo gli studi della FAO, l’intero settore dei trasporti sarebbe invece responsabile del 13,5%.

  • Gli allevamenti animali sfruttano il 70% di tutte le terre agricole. La produzione di materie prime per essi ha causato, prendendo in considerazione solo il periodo tra 2010 e 2015, la deforestazione di 30 milioni di ettari di foresta. Il fenomeno riguarda principalmente l’America Latina e, in particolare, la foresta amazzonica: si stima che ogni 8 secondi se ne perda un ettaro per l’allevamento di bovini. Oltre alla perdita di grandi quantità di aree verdi e incontaminate, la deforestazione e la degradazione del suolo implicano problematiche su diversi livelli. 

Il suolo deforestato, infatti, dopo pochi anni di pascolo diventa sterile, costringendo ad abbattere nuove aree e lasciarne indietro di desolate, che raramente si rigenerano.

Anche per questo la biodiversità di flora e fauna selvatica è a rischio.

Inoltre le piante, quando vengono abbattute, rilasciano nell’atmosfera l’anidride carbonica accumulata e non convertita attraverso il processo di fotosintesi. Tutti questi processi non possono e non devono essere trascurati.

  • Gli allevamenti sfruttano una grande quantità di risorse idriche. Per abbeverare gli animali, per i sistemi di raffreddamento, per i processi di macellazione, per la pulizia delle strutture e, soprattutto, per la coltivazione del foraggio. Il volume totale di acqua dolce impiegato per tutto il processo rappresenta circa un quarto dell’impronta idrica globale. Si stima che per 1 kg di carne di manzo occorrano almeno 15 400 litri d’acqua, che diventano molti di più prendendo in considerazione gli allevamenti intensivi. Inoltre le deiezioni animali, le sostanze chimiche utilizzate e la produzione dei mangimi rappresentano una delle più importanti fonti di inquinamento delle acque, del terreno e delle falde acquifere.
  • Il consumo eccessivo di carne, in particolare carne rossa (vitello, maiale, bue, manzo, ma anche carne equina e ovina) e carne particolarmente processata, può portare a gravi conseguenze per la salute. In primo luogo il rischio di malattie cardiovascolari, ma anche il cancro al colon-retto, il diabete, e l’obesità.
  • Le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi sono terribili. Lo spazio è ridotto al minimo indispensabile, gli animali non possono muoversi, restano per lo più al buio, subiscono la violenza dell’uomo e vengono trattati esclusivamente come carne da macello. Secondo Greenpeace, una riduzione sostanziale del consumo di carne permetterebbe quindi soluzioni più ecologiche, ma anche più scrupolose del benessere animale.

Gli animalisti e in particolare movimenti come ”Animal Equality” lottano da diverso tempo per sensibilizzare i consumatori alla problematica, per far conoscere i reali processi produttivi e denunciare le illegalità nel settore.

I valori sottolineati sono soprattutto quelli della non-violenza e dell’antispecismo, in particolare dell’impossibilità di disporre delle vite di animali innocenti. 

E tu? Vuoi essere parte del cambiamento?

FONTI

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Impatto_ambientale_dell%27industria_dei_cibi_animali

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/carne-ambiente-e-salute

https://www.bbc.com/news/health-47057341

https://it.wikipedia.org/wiki/Vegetarianismo_nel_mondo

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