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Il lavoro di cura delle donne migranti

La femminilizzazione delle migrazioni è un tema sempre più attuale, che è necessario affrontare per capire al meglio gli sviluppi ed i cambiamenti nel mondo delle migrazioni internazionali. Sono infatti sempre più le donne migranti, anche da sole ed intraprendono lavori solitamente nell’ambito domestico, della cura della casa e dei bambini, o nell’ambito della cura degli anziani. Le assistenti familiari infatti, sono sempre più spesso donne migranti.

Con il termine “assistente familiare”, si intende una persona che si occupa di assistere e di prendersi cura in diversi modi di un anziano o di un malato.

La persona da assistere può essere autosufficiente o, come accade nella maggioranza dei casi, non autosufficiente. Tra le mansioni rientrano innanzitutto la cura della persona e la sua igiene personale, ma anche le mansioni di compagnia, supporto di vario genere e gestione della casa.
Questa figura è comunemente ancora oggi chiamata “badante”, tuttavia è un termine che risulta sminuente.

Nel parlare del lavoro delle assistenti domiciliari, molti datori tendono ad argomentare che le cose da fare non siano molte, che non richiedano particolare fatica e lascino molto tempo libero: il tutto si ridurrebbe quindi ad un controllo superficiale, alla sola presenza di un aiuto in casa in caso di necessità. 

L’erronea credenza deriva probabilmente proprio dal termine “badante”, voce di un verbo che letteralmente significa “sorvegliare”, “vigilare”.

In passato, quest’etichetta si riferiva a chi veniva incaricato di sorvegliare il bestiame; ora è stata trasferita all’attività di “sorveglianza” di anziani in difficoltà. L’utilizzo di tale espressione però sminuisce l’insieme delle diverse attività di gestione domestica, cura della persona, sostegno emotivo, che le lavoratrici in realtà svolgono.

Perchè parlare di assistenti familiari?

Si utilizza il termine Care shortage, per indicare la mancanza di risorse delle famiglie occidentali per far fronte al bisogno di cura: la vita in famiglia è sempre più frenetica ed i caregivers (i parenti che normalmente si occupano dell’anziano) spesso non hanno il tempo materiale per occuparsene o non sono semplicemente in grado di farlo adeguatamente. 

Con Care drain intendiamo invece la soluzione che viene adottata per il problema del care shortage: si tratta del drenaggio di risorse che dai paesi meno sviluppati si spostano in quelli occidentali per entrare a far parte della rete del lavoro di cura. Tale spostamento provoca a sua volta nuovamente un care shortage anche nei paesi di provenienza delle assistenti familiari, creando un circolo vizioso.

A cercare di colmare il vuoto lasciato dalla partenza di una donna rimangono così sorelle, fratelli, figli, nipoti che si sostituiscono alla donna emigrata per prendersi cura dei parenti più anziani e molto spesso una parte dei soldi guadagnati dall’assistente familiare viene utilizzata per mandare regali e soldi ai figli sia destinati alle cure di genitori o familiari malati rimasti in patria e vengono chiamate “rimesse”. 


Il lavoro di cura fa parte di quei lavori difficili da legalizzare, sia perché a volte le donne migranti non sono in possesso di un permesso di soggiorno e/o accettano di intraprendere un rapporto lavorativo senza contratto, sia perché gli stessi datori di lavoro sono spesso favoriti da una situazione di irregolarità e non propongono affatto un contratto o ne propongono uno fittizio che comprenda meno ore rispetto a quelle svolte dall’assistente familiare.


Molto spesso viene sottovalutato o neppure considerato l’aspetto del “lavoro emozionale”: l’assistente familiare non prende in affidamento solo una persona di cui prendersi, ma si deve anche occupare di gestire emotivamente la vita con l’anziano e tutto ciò che ne deriva.

Spesso vive anche insieme all’assistito e questo comporta anche il doversi scontrare con degli aspetti psicologici che possono emergere da una situazione nuova e impegnativa.

Le assistenti familiari possono subire discriminazioni sul lavoro.
Sono innanzitutto soggette ad una doppia discriminazione: in quanto donne ed in quanto immigrate. Possono inoltre essere discriminate anche dopo l’assunzione, spesso perché la persona da assistere è anziana ed abitudinaria: potrebbe faticare ad abituarsi alla presenza di una persona estranea ed il fatto che non sia italiana potrebbe aggravare la situazione.

FONTI

Ambrosini M. (2011). Sociologia delle migrazioni. Seconda edizione. Bologna. Il Mulino.

(2011). Immigrazione irregolare e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere. Bologna. Il Mulino.

(2019). Famiglie nonostante. Come gli affetti sfidano i confini. Bologna. Il Mulino. 

Bonizzoni P. (2009). Famiglie globali. Le frontiere della maternità. Torino. UTET Università. 

Ehrenreich B., Hochschild A. R. (2004). Donne globali. Tate, colf e badanti. Milano. Feltrinelli. 

Maioni R., Zucca G (a cura di). (2016). Viaggio nel lavoro di cura: chi sono, cosa fanno e come vivono le badanti che lavorano nelle famiglie italiane. ACLI Colf. Roma. Ediesse.

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