Patrick Zaki resiste da 462 giorni: sì, c’è ancora bisogno di parlare di lui.

Patrick Zaki resiste da 462 giorni: sì, c’è ancora bisogno di parlare di lui.

TW: violenza

“Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente”- Virginia Woolf

La mente di Patrick Zaki rimane libera, la stessa libertà intellettuale che gli ha fatto scrivere “Ancora resistendo” sulla prima pagina di “Cent’anni di solitudine”, prima di consegnare il romanzo alla sua compagna, che finalmente ha potuto fargli visita in carcere, il mese scorso.

Proprio a causa di questa sete di libertà ed emancipazione, tuttavia, Patrick Zaki è in carcere da 462 giorni.

Ma facciamo un passo indietro, e ripercorriamo la storia della detenzione di Zaki.

Il 7 febbraio 2020, l’attivista egiziano e studente bolognese, classe 1991, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo.

Perchè?

Perchè Zaki è da sempre mal visto dalle autorità politiche egiziane più conservatrici: sicuramente non è passato inosservato, infatti, il suo impegno nella ‘Egyptian Initiative For Personal Right’ ed il sostegno nel 2018 alla campagna elettorale di Khaled Ali, politico e avvocato oppositore al regime dittatoriale di Abdel Fattah al-Sisi. Khaled Ali si è poi ritirato dalle presidenziali a causa delle minacce, delle intimidazioni, degli arresti dз suз collaboratorз, ordine del giorno del modus-operandi di al-Sisi.

Zaki ha a cuore la difesa delle minoranze, la tutela dei diritti umani, l’uguaglianza, la lotta per un governo giusto: tutti valori purtroppo incompatibili con una vita tranquilla e senza rischi in territorio egiziano.

Nel 2019, poco prima del suo arresto, Zaki stava frequentando un master in Studi Di Genere all’Università di Bologna: quel 7 febbraio 2020, Patrick Zaki voleva solo tornare a casa e riabbracciare lз suз carз.

A casa, tuttavia, non ci è ancora tornato.

La notizia del suo arresto è stata divulgata solo il 9 febbraio, non si sono avute sue notizie per più di 24 ore. I capi di accusa per i quali l’attivista è imputato sono apparentemente folli, ma purtroppo coerenti con il regime violento presente in Egitto: Zaki, infatti, sarebbe una minaccia per la sicurezza nazionale e un sovversivo. In particolare, poi, secondo le autorità repressive, avrebbe incitato alla protesta attraverso i social, mandando messaggi “fin troppo progressisti” e/o incitando al rovesciamento dello Stato egiziano.

Ancora adesso, Zaki si trova nel carcere di Tora, “specializzato” per dissidenti politicз e noto per le terribili condizioni di vita e di trattamento da parte delle autorità egiziane: qui l’attivista è stato picchiato, torturato con scariche elettriche, bendato e minacciato. La prigionia continua ad essere prolungata e, secondo Amnesty International, Patrick rischia almeno 25 anni di carcere.

Dietro tutto questo, all’intolleranza e ad una repressione cruenta della libertà, c’è l’attuale Presidente della Repubblica Egiziana.

Al-Sisi è in carica dal 2014, dopo aver vinto le elezioni presidenziali con il 97% dei voti, facendo maturare forti dubbi nella comunità internazionale rispetto alla trasparenza delle stesse. Al-Sisi si è da sempre dimostrato un leader carismatico: fu Ministro della Difesa, Capo Supremo dell’Esercito, e il 3 luglio 2013 diede il via al colpo di stato militare che costrinse alle deposizione di Mohamed Morsi, cui consenso si stava già sgretolando da tempo. Il leader dichiarò, tra le altre cose, la sospensione della Costituzione e ri-confermò, dopo lungo tempo, il ruolo centrale dell’istituzione dell’esercito: esemplificativa, inoltre, la strage di piazza Rabaa al Adaweya, in cui migliaia di protestanti vennero arrestatз, e tantз altrз vennero uccisз a sangue freddo.

I movimenti religiosi, in primis “I Fratelli Musulmani”, vennero presto dichiarati gruppi terroristi; la repressione del dissenso, anche individuale, è tutt’ora punita; arresti, condanne, torture e “misteriose” sparizioni lasciano solo un senso di rabbia e rivendicazione di giustizia. Sono provvedimenti agghiaccianti che tuttavia non lasciano spazio allo stupore, soprattutto dopo il caso Giulio Regeni.

Al-Sisi è un despota che non rispetta minimamente i Diritti Umani, eppure anche chi dovrebbe essere sempre dalla parte della libertà non lo condanna apertamente, per paura delle conseguenze politiche e soprattutto economiche che ne deriverebbero. Un esempio tra tutti è rappresentato dal nostro connazionale Matteo Renzi, che nel 2014 definisce Al-Sisi “l’unica speranza per l’Egitto” e “a great leader”. Affermazioni che moltз hanno trovato agghiaccianti.

Ma in concreto, cosa fa l’Italia per impedire tutto ciò?

Il ministero degli Esteri italiano monitora, in coordinamento con l’Unione Europea, il processo contro Zaki, anche attraverso funzionarз dell’Ambasciata presenti durante le udienze, come accaduto a inizio febbraio 2021. Amnesty International Italia è molto attiva dall’inizio della detenzione in campagne di sensibilizzazione e non solo, e sono state raccolte migliaia di firme per la liberazione di Zaki da una parte, e per la concessione della cittadinanza italiana onoraria dall’altra. Anche per questo importante supporto proveniente dalla popolazione, numerose città hanno concesso quest’ultimo privilegio a Zaki, e hanno spinto affinché in Parlamento si facesse lo stesso. L’ordine del giorno per conferire la cittadinanza italiana a Patrick è stato così approvato dal Senato, con 208 “sì”, nessun voto contrario, ma 33 astenutз, tuttз senatorз di Fratelli d’Italia. Questo provvedimento prenderebbe in carico anche impegni umanitari più concreti e maggiori tutele legali, affinché Zaki venga liberato il prima possibile. Qualche giorno dopo la votazione, tuttavia, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato che il governo non è attualmente coinvolto nell’iniziativa: ne deriva, quindi, che i tempi per concedere effettivamente la cittadinanza onoraria all’attivista si prevedono più lunghi di quanto sperato.

In conclusione, seppur si siano fatti dei piccoli progressi in termini diplomatici, c’è ancora molto da compiere per essere a tutti gli effetti un Paese che tutela i Diritti Umani, a partire dalla fine delle vendite di armi e navi all’Egitto, come suggerisce Elly Schlein, Vicepresidente della regione Emilia Romagna: non solo per Patrick Zaki, ma per tuttз lз dissidenti politicз o di coscienza (almeno 60 mila) che vivono le sue stesse terribili condizioni in qualche centro di tortura.

Fonti:

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