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Big Data: come stanno cambiando la politica

Ad agosto “the social dilemma” ha squarciato il velo di Maya, portando alla ribalta la delicata questione riguardante i big data e la nostra vita “virtuale”.

“I big data sono il petrolio del XXI secolo”.
“Quando non paghi il prodotto, il prodotto sei tu”.

Quante volte, soprattutto negli ultimi mesi, abbiamo sentito queste frasi?

Per comprendere i big data è necessario interpretarli in funzione di tre concetti chiave: volume, varietà e velocità. Questo perché ci rifacciamo a un’enorme quantità di dati (volume), elaborati a un ritmo sempre più elevato (velocità) e reperibili da un numero crescente di fonti eterogenee (varietà): e-mail, messaggi, transazioni finanziarie.

Quotidianamente, con le nostre attività generiamo dati.
Sapete cosa succede su internet in 60 secondi?
Si scambiano più di 41 milioni di messaggi su WhatsApp, Amazon spedisce quasi 7000 pacchi in tutto il mondo, TikTok viene installato 2700 volte e così via.

In questa gigantesca rete di informazioni lasciamo un’impronta, la cosiddetta “impronta digitale”: informazioni prettamente personali (nome, cognome, età…) a cui si aggiungono ricerche, pagamenti, convertiti tempestivamente in data.

A questo punto specifiche organizzazioni (data brokers) raccolgono i dati e li vendono ad altre organizzazioni, interessate a rispettare la massima: “dati ben gestiti e affidabili portano ad analisi affidabili e quindi a decisioni affidabili”.
Sulla base di queste informazioni, infatti, si concentrano campagne promozionali, si scelgono progetti futuri, i partiti valutano chi candidare alle prossime elezioni.

È proprio qui che i big data incontrano sulla propria strada il mondo della politica.

Secondo Chuck Todd e Carrie Dann di NBC News, i big data hanno “rotto” la politica, perché sapere così tanto di coloro che, a breve, andranno a votare consente ai partiti di avviare la propria campagna elettorale verso una direzione ben precisa.

Uno dei casi più recenti riguarda le elezioni americane del 2016.
Donald Trump e Hillary Clinton hanno speso milioni di dollari per essere affiancati dalle migliori società data brokers. Alla fine, la scelta di affidarsi alla Cambridge Analytica è risultata vincente per Trump.

“Più conosci le persone, meglio puoi interagire con loro e più puoi effettuare le comunicazioni che invii loro, quindi il nostro compito è usare i dati per capire il pubblico”

Lo ha detto l’amministratore delegato Alexander Nix a NBC News.
Come? Con una “spinta” verso il voto.

Nel caso delle elezioni del 2016 parliamo di messaggi sui social riguardanti la proprietà delle armi (spingendo sulla tutela del II emendamento) o di annunci TV -in orari premeditatamente scelti- sulla cura e il sostegno per tutti coloro che abbiano prestato servizio alla nazione.

Le associazioni riguardanti il diritto alla privacy temono non tanto i big data in sé (poiché in determinati ambiti si rivelano utili, come in campo medico) ma il cattivo e pericoloso utilizzo che se ne potrebbe fare. A tale scopo, nel 2016, l’Unione europea ha approvato il “Regolamento generale sulla protezione dei dati”.
Se è vero, dunque, che i dati sono il petrolio del XXI secolo, è altrettanto vero che vanno tutelati, in nome della sacra proprietà personale.

Fonti 

How Big Data Broke American Politics (nbcnews.com)
Big Data: che cosa sono e perché sono importanti | SAS Italy

Data in Politics: an overview. Big Data in politics is subject to a… | by Igor Lys | DataSeries | Medium

https://www.domo.com/learn/data-never-sleeps-8

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