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Fast fashion

Il fast fashion è un nuovo modo di vendere, produrre e pensare l’abbigliamento completamente basato sul consumismo.

Questo modello di produzione punta alla fabbricazione molto veloce di vestiti alla moda, poco costosi e usa e getta.

Le maggiori catene di negozi del settore come Zara, H&M, TOPSHOP e tante altre seguono questo modello: si parte da un design che passa rapidamente dalle passerelle e da* influencers alla realizzazione di imitazioni o di prodotti ispirati, che in poco tempo, tagliati e cuciti da una manodopera vittima di sfruttamento con materiali molto più scadenti, sono pronti per la distribuzione ad un prezzo molto basso.

Il “riassortimento dinamico” consiste nel ricambio delle collezioni d’abbigliamento settimanalmente o mensilmente, per cui i/l* consumator* sono portati a comprare sempre più vestiti e a disfarsi dopo poco tempo di quelli già posseduti, perché fuori moda o considerati “vecchi”.

Rispetto a 20 anni fa, teniamo gli oggetti che compriamo per la metà del tempo. 

La verità è che le industrie che attuano il fast fashion sono devastanti a livello ambientale e di rispetto dei diritti umani. Il fast fashion produce tonnellate di rifiuti, soltanto l’1% è riciclato e l’87% finisce incenerito o in discarica, inoltre provengono da questo settore il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica.

La produzione di gas serra che ne deriva è maggiore di quella prodotta da tutti gli spostamenti navali e aerei del mondo.

La maggior parte dei rifiuti del fast fashion consistono nell’invenduto e negli scarti di produzione, solitamente inceneriti. Dal 2013, soltanto H&M ha smaltito, tramite l’inceneritore di Roskilde in Danimarca, 12 tonnellate di rifiuti tessili ogni anno. Questa è una pratica spesso messa in atto anche dai grandi marchi della moda, per evitare che gli abiti scartati o invenduti finiscano nei mercatini ad un prezzo molto basso.  

Fast fashion significa che una maglietta in vetrina al prezzo di €10 ha alle sue spalle una produzione altamente irrispettosa della dignità umana e dell’ambiente. 

Ogni anno nel mondo vengono prodotti 80 miliardi di prodotti d’abbigliamento. Nel 1980, negli USA, una persona acquistava circa 12 capi d’abbigliamento all’anno, ora l’americano medio compra circa 68 capi d’abbigliamento l’anno. L’europeo medio annualmente consuma 26 chili di abiti, di cui 11 chili finiscono nei rifiuti. 

Zara nel 2016, nel suo report annuale, dichiara che l’88% dei rifiuti derivanti dalle industrie in Spagna è stato riciclato.

Non tiene però tenere conto dell’enorme numero di rifiuti provenienti dai negozi e dalle aziende di cui la catena si serve nel resto del mondo per la produzione dei capi.

Quell’88% se relazionato al vero ammontare di rifiuti prodotti da Zara diminuirebbe drasticamente. 

Le grandi aziende utilizzano la strategia del greenwashing per sembrare più ecologiche di quello che sono realment.

Gettonatissima è la creazione di linee “eco-friendly” basate su termini che richiamano l’ecologia, ma che in realtà non ci forniscono alcuna informazione sul prodotto. Questo comprende anche la creazione di linee 100% cotone (con materie prime spesso provenienti da una manodopera sfruttata) o l’offrire la possibilità di riportare indietro i vestiti usati, promettendo un loro riciclo (che spesso non avverrà), offrendo in cambio sconti per incentivarci ad acquistare nuovi capi. 

In sostanza l’alternativa al fast fashion è imparare a consumare meno e ad utilizzare i nostri capi per più tempo.

Vediamo quali sono alcune alternative alle grosse catene di negozi per relazionarci alla moda in modo sostenibile! 

  • NEGOZI DI SECONDA MANO
    Oltre ad essere di moda, acquistare abiti usati è un modo ecologico di vestire, ed è un’occasione per trovare un capo che per qualcun* non era più valido e che per noi invece può rivelarsi un capo davvero unico.
    In questi negozi spesso si trovano vestiti in buonissimo stato a prezzi bassi. Questa è un’occasione per dare una seconda vita a capi che normalmente alimenterebbero gli accumuli di rifiuti tessili da incenerire. 
  • NOLEGGIO
    Un’alternativa interessante sono i negozi in cui è possibile affittare vestiti, alcuni online, altri fisici. Invece di acquistare vestiti che utilizzeremo soltanto una volta, magari per un’occasione, qui possono semplicemente essere affittati e poi riconsegnati dopo qualche giorno. Il tutto sarà igienizzato e pronto per essere indossato da qualcun’altr*. 
  • RIPARARE, NON BUTTARE
    Se un capo si usura, si buca, si strappa, possiamo trovarne un utilizzo alternativo o semplicemente ripararlo, che senso ha disfarsi di una giacca intera se presenta soltanto un piccolo buco? 
  • MATERIALI DI QUALITA’
    Una cosa importante di cui tenere conto è la qualità del materiale di cui è composto il capo: il poliestere ogni anno, soltanto per i tessuti utilizzati in Europa, richiede più di 70 milioni di barili di petrolio.
    E’ importante anche fare attenzione a dove il capo è stato prodotto e da dove provengono i materiali utilizzati, perchè spesso materiali come il cotone, soprattutto per produzioni a basso costo, provengono dallo sfruttamento di braccianti.

FONTI:

The economist, corriere, vox, Greenpeace 

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