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Le proteste in Thailandia

Nominare la Thailandia significa evocare l’immagine di paradisi naturali e scenari esotici. Dietro questa facciata di “paese del sorriso” si nasconde però uno Stato autoritario che negli anni ha compresso le libertà dei suoi cittadini, limitando i diritti civili e politici.

La Thailandia è una monarchia parlamentare che assomiglia molto di più a una dittatura militare che a uno stato democratico. Il Re Vajiralongkorn, succeduto al padre Bhumibol 4 anni fa, non ha compiuto grandi sforzi per farsi apprezzare dai thailandesi; si tratta di una circostanza inedita per un paese il cui popolo ha sempre considerato il sovrano come una figura venerabile e intoccabile, ma non c’è da stupirsi considerando gli scandali che hanno colpito la casa reale, da ultimo la decisione del re di trascorrere la pandemia nella sua villa in Germania.

Il paese è in mano alla giunta di Governo guidata da Prayuth Chan-o-cha, un generale salito al potere nel 2014 con un colpo di stato e poi confermato nelle elezioni, seppur molto contestate, del 2019. 

Quali sono i problemi?

  1. Per legge il sovrano e tutta la famiglia reale sono intoccabili, non è permesso dire o fare nulla contro loro, pena anni di galera per lesa maestà;
  2. Censure, abusi di potere, arresti e tutto ciò che è fuori dalla democrazia e dallo stato di diritto sono all’ordine del giorno. 
  3. La stragrande maggioranza della ricchezza è concentrata nelle mani di pochissimi, che godono di un potere enorme che sfruttano per assicurarsi l’immunità contro ogni possibile attacco. 
  4. La crisi economica, che sotto diversi aspetti è iniziata ben prima della pandemia, viene gestita con misure decisamente poco efficaci e questo preoccupa perché dalla ricchezza della Thailandia dipende la stabilità anche dei paesi vicini (Vietnam, Myanmar, Cambogia, ecc.)

Esasperat* nel vedere il proprio paese piegato dalla crisi economica, con un Governo giudicato incapace, sotto un Sovrano che porta divisioni e non unità e privati della libertà di dire apertamente ciò che pensano, migliaia di giovani thailandesi sono da mesi scesi nelle piazze di diverse città per ottenere un vero cambiamento.

Il popolo thailandese ancora una volta scende con coraggio in piazza, in un paese in cui i militari rappresentano una delle forze politiche più potenti. A guidare le proteste sono gli/le student* che hanno fatto dei campus universitari le piazze in cui radunarsi. I ricordi corrono al 6 ottobre 1976, al massacro dell’Università Thammasat, quando le proteste vennero sedate ammazzando decine e decine di studenti, sindacalisti e operai. Per il 19 settembre è stata fissata una grande mobilitazione che partirà proprio dalla Thammasat.

La prima ondata di proteste è partita a febbraio di quest’anno, quando il partito di opposizione Future Forward Party è stato sciolto dalla Corte Costituzionale per delle irregolarità nella raccolta fondi. Tale decisione, apparsa antidemocratica agli occhi di molti cittadini, ha dato via alle proteste, interrotte poi a causa del lockdown e riprese a luglio con nuove e più aperte pretese. 

Le proteste che stanno attraversando la Thailandia in questi mesi sono importanti perché guidate da ragazze e ragazzi giovanissimi che hanno avuto il coraggio di urlare non solo contro il regime al governo, ma anche contro il re, in un Paese in cui ogni parola contro il sovrano è un grave reato penale. Twitter è diventata la loro principale piattaforma per informarsi e coordinare le attività, complice un giornalismo non libero e sotto l’influenza governativa.

Il saluto di “Hunger Games” è diventato il simbolo principale della rivolta, così come il criceto Hamtaro, il testo della cui canzone è stato riscritto con le istanze della protesta. Solidarietà ai manifestanti è arrivata dagli attivisti di Hong Kong e Taiwan, che sono legati alla Thailandia dalla cosiddetta Milk Tea Alliance.

I/le leader delle proteste hanno scritto un programma di 10 punti in cui chiedono una monarchia costituzionale, l’abolizione di tutte le censure, la cancellazione del reato di lesa maestà, le dimissioni del Governo ed elezioni democratiche. Giustizia, Libertà e Democrazia sono i pilastri del paese che vorrebbero costruire, il che significa che nei giovani c’è la volontà di rompere con un passato costruito su corruzione, disuguaglianze, abusi di potere e difesa dell’élite.

FONTI: 

Intervista a chi sta partecipando alle proteste

https://www.scmp.com/week-asia/politics/article/3100839/thai-protests-coup-fears-prayuths-top-general-retires-military

https://bangkokjack.com/2020/09/13/100000-protesters-next-week/

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