You are currently viewing La colonizzazione cinese in Africa (e l’indifferenza dell’Occidente)

La colonizzazione cinese in Africa (e l’indifferenza dell’Occidente)

Già da tempo si parla dei rapporti sempre più intensi tra Africa e Repubblica Popolare Cinese.

La sinizzazione africana in realtà ha radici molto più profonde e lontane di quanto si possa immaginare: i primi contatti fra Impero Celeste e civiltà africane risalgono all’VIII secolo d.C., sotto la dinastia Tang. Ancora più influenti furono le successive due missioni africane dell’ammiraglio Zheng He nel corso del XV secolo. Tra il 1963 e il 1964 Mao Zedong invia il premier Zhou Enlai nel continente africano ponendo le basi per future collaborazioni. I rapporti si intensificano dopo la repressione delle proteste studentesche e il massacro di Tienanmen del 1989, raggiungendo l’apice nel 2000 con la fondazione del Forum per la cooperazione Cina-Africa (FOCAC) e nel 2009, quando la Cina supera gli Stati Uniti come primo partner commerciale del continente Africano. 

I finanziamenti cinesi avvengono di solito sotto forma di prestiti e crediti forniti dalle banche e dal Fondo dello sviluppo Cina-Africa, fondato nel 2007. La Cina differenzia i suoi investimenti, puntando principalmente nel settore infrastrutturale. Inoltre, non vincola i governi africani a nessun tipo di politica se non a quella di “una sola Cina” (cioè il riconoscimento di Taiwan come parte integrante del territorio cinese) e non avanza richieste su temi sensibili (lotta alla corruzione, maggiore trasparenza del sistema bancario, maggiore democratizzazione della politica locale).

Dall’altra parte si trova l’Occidente e in particolar modo l’Europa, che ha già optato per una politica di immobilismo, riducendo l’Africa a un luogo di tragedia costante e condannando il colonialismo cinese, quando fu il primo ad accorrere nel Continente Africano e, a differenza della Repubblica Popolare Cinese, non ha lasciato nulla in cambio che assomigli a sviluppo economico o infrastrutture. Il rapporto Cina-Africa potrebbe giocare un ruolo fondamentale in futuro, soprattutto con la sempre più concreta “guerra fredda” tra USA e Impero Celeste.

Insomma, il detto “aiutiamoli a casa loro” è stato concretizzato, dalla Cina però.

Il continente africano supera per estensione Stati Uniti, Cina, India ed Europa messi insieme, con oltre 1,2 miliardi di abitanti, che entro il 2050 potrebbero diventare 2,5 miliardi. 

La sfida tra Cina e Occidente si giocherà prevalentemente sul destino dell’Africa e di fatto l’Occidente ha già deciso che non è interessata ad avere un ruolo, se non prettamente “umanitario”, con aiuti medici e finanziamenti all’istruzione, limitandosi ad osservare e criticare da lontano. 

Tuttavia, come sottolinea la ricercatrice Irene Yuan Sun nel suo libro The Next Factory of the World, non basta l’istruzione per cambiare il futuro dei giovani ragazzi delle campagne africane, poiché dà conoscenze teoricamente utili, ma per un mondo nel quale nessuno di loro probabilmente vivrà. Invece investimenti concreti portano lavoro e sviluppo economico.

Uno studio McKinsey ha censito oltre 10.000 imprese cinesi che operano in Africa: alcune producono per il mercato locale, altre guardano il basso costo del lavoro e vanno a produrre in Africa per esportare in Occidente.

PERCHÉ?

1 – Accesso alle risorse naturali 

2 – Trasferimento in nuovi mercati per trasferire l’enorme surplus di manifattura a basso costo

3 – Trasferimento di centinaia di milioni di contadini senza lavoro che vogliono partecipare alla grande crescita in cui è coinvolto il Paese da decenni

MODUS OPERANDI della Cina:

  • Investimenti e costruzione di infrastrutture (autostrade, ferrovie, aeroporti, energia, …)
  • Istituzione di zone economiche speciali in cui aziende cinesi e straniere possono usufruire di incentivi fiscali, esoneri dai dazi doganali, visti e permessi per l’espatrio dei lavoratori
  • Azione diplomatica molto efficace, con frequenti visite e pochi vincoli
  • Arma del soft power, la capacità di persuasione attraverso mezzi intangibili quali la cultura, potenziando e finanziando i media dell’informazione e le istituzioni politiche (come il piano “10.000 villaggi” per far arrivare la televisione anche nelle campagne più sperdute) 

L’ascesa del settore manifatturiero è tutt’altro che una storia felice e vista da vicino è molto spesso brutta. I boss cinesi sono razzisti, non esitano a pagare tangenti, assumono comportamenti tavolta disdicevoli, ignorano l’impatto ambientale di uno sviluppo economico selvaggio. Vengono anche create reti di guanxi, rapporti tra mutuo soccorso e fraternità mafiosa.

Tuttavia, uno studio pubblicato dalla School of Oriental and African Studies evidenzia come il trattamento riservato ai dipendenti locali, lungi dall’essere impeccabile, in realtà non è di qualità inferiore rispetto a quello dei competitor internazionali.

LE CIFRE:

  • Oltre $125 miliardi in prestiti all’Africa dal 2000 al 2016
  • $60 miliardi + cancellazione delle passività per i Paesi più poveri e indebitati, promessi da Xi Jinping nel 2018 al Forum per la cooperazione Cina-Africa
  • $3,6 miliardi per la linea ferroviaria da 435 chilometri tra Nairobi e Mombasa
  • $4,2 miliardi tra Addis Abeba e Gibuti.

I SOSPETTI DELL’OCCIDENTE:

  • Sospetto di una vera e propria neocolonizzazione e volontà di espandere la propria influenza politica in Africa
  • Critica verso la “trappola del debito”, situazione in cui un Paese grande e dotato economicamente fa credito a un altro Paese più povero che, a un certo punto, non è più in grado di ripagare il suo debito, ritrovandosi ostaggio della volontà del creditore
  • Accusa di concorrenza sleale, non dovendo sottostare alle convenzioni anticorruzione dell’OCSE
  • Denuncia di land grabbing (accaparramento di terre destinate alla monocoltura) e “ripopolamento cinese” dell’Africa; diversi studi hanno tuttavia dimostrato che le cifre diffuse da alcuni giornali internazionali di circa 10 milioni di ettari di terreni agricoli siano false; le compagnie cinesi in Africa controllerebbero poco più di 300.000 ettari. Inoltre una ricerca McKinsey del 2017 sancisce che l’89% dei dipendenti delle società cinesi è africana.

FONTI:

Eleonora Santonocito

N.B. L’articolo risulta pubblicato da Isabella Sofia De Gregorio (Presidente di Eduxo) in quanto l’autrice non è più una content creator di Eduxo e non è più presente il suo account.

Lascia un commento