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Medicina di genere

La medicina di genere sostiene che sesso e genere abbiano un’influenza significativa sulla fisiopatologia delle malattie e sullo stato di salute dell’individuo e che queste differenze devono essere tenute in considerazione nella diagnosi e nella terapia.

Da Ippocrate fino agli anni ‘90, la ricerca clinica è stata fatta prevalentemente su soggetti di genere maschile e i risultati si sono poi trasferiti alle donne, riconoscendo una specificità al genere femminile solo nel settore della riproduzione.

Conseguentemente, si è venuta a creare una medicina androcentrica, in cui il corpo maschile è stato considerato la norma.

Di conseguenza, il corpo femminile è considerato un’atipia dal normale (addirittura si parla di una visione delle donne come “piccoli uomini”), definendo quindi una sorta di cecità rispetto al genere (detta gender blindness).

Le differenze di genere sono state prese in esame solo negli ultimi venti anni.

Nel 1991, la cardiologa americana Bernardine Healy, denunciò, sul New England Journal of Medicine, il comportamento discriminante de* cardiolog* americani nei confronti delle donne, definendolo “Sindrome di Yentl”, dal nome che Isaac Bashevis Singer diede ad una ragazza ebraica.

La ragazza in questione, per poter studiare le sacre scritture dovette travestirsi da maschio. Poco dopo tale denuncia, la FDA e l’OMS hanno iniziato ad emanare una serie di raccomandazioni affinché la salute della donna divenisse un fatto prioritario, tanto che l’OMS afferma che

“Alla salute della donna deve essere dato il più elevato livello di visibilità ed urgenza”.

Ad oggi, fortunatamente, la situazione va migliorando soprattutto in Italia, la quale, nel 2019, è stata il primo Paese in Europa a formalizzare l’inserimento del concetto di genere in medicina e ad istituire un Osservatorio ad esso dedicato.

Tale manovra rappresenta indubbiamente un primo risultato molto importante, ma la sua attuazione richiederà un grandissimo impegno da parte di tutt* i/l* professionist* della salute al fine di migliorare le cure attraverso una medicina che sia realmente personalizzata.

Secondo la Medicina di Genere, uomini e donne richiedono approcci diagnostici e terapeutici differenti.

Questo, poiché la loro biologia e le loro esigenze sono diverse.

Ma questo è soltanto un mero capriccio femminista o è un concetto nato da un’evidente carenza della medicina nei confronti delle differenze di genere?

Per saperlo basta vedere le evidenze scientifiche!

  • Farmacologia:

Le donne rispondono in maniera diversa rispetto agli uomini ai farmaci, perché hanno un peso corporeo inferiore, una percentuale di massa grassa più alta e una diversa interazione tra farmaco e proteine.

Inoltre le donne sono le maggiori consumatrici di farmaci.

1/3 di esse assume estroprogestinici, e fanno un largo uso di rimedi naturali, correndo quindi più rischi di interazione tra farmaci.

È dunque intuibile come nello studio dei farmaci tutti questi parametri dovrebbero essere considerati. 

Eppure, la maggior parte dei farmaci viene testata su un tipo di maschio ideale, giovane, bianco e sui 70 kg di peso.

La sperimentazione clinica esclude le donne. Le loro variazioni ormonali, che influenzano in maniera inaspettata la risposta ai farmaci, porterebbero ad un aumento dei costi.

Infatti, il farmaco viene somministrato quando i livelli ormonali della donna sono al minimo, ovvero quando “somiglia di più ad un uomo”.

Peccato però che tali oscillazioni ormonali sono costanti della popolazione femminile che andrà ad utilizzare il farmaco!

  • Infarto:

Considerato da sempre una patologia maschile, è la prima causa di morte per le donne! Si manifesta, però, con sintomi diversi da quelli maschili, definiti infatti “atipici” e spesso poco conosciuti dal personale medico.

Non si osserva il dolore oppressivo al petto e al braccio sinistro, ma si ha un dolore dorsale, irradiato alla mandibola.

Inoltre, possono esserci sintomi ansiosi che vengono spesso interpretati come una sindrome ansioso-depressiva.

L’aspirina (utilizzata per prevenire l’infarto nei pazienti maschi), risulta essere inefficace o addirittura dannosa per le donne!

  • Dolore.

Le  donne dimostrano una maggiore sensibilità al dolore.

Ne soffrono più spesso, ha durata maggiore ed è più intenso. Gli estrogeni impattano negativamente potendo agire sulla trasmissione e sul controllo del dolore, tant’è che la risposta dolorifica varia in relazione alle fasi del ciclo ovarico.

Eppure, le ricerche hanno evidenziato una tendenza a prescrivere farmaci sedativi in quantità maggiore alle donne, piuttosto che farmaci antidolorifici, come invece viene fatto per gli uomini.

  • Malattie respiratorie croniche:

Più frequenti nelle donne perchè il fumo nei due sessi incide diversamente: gli estrogeni aumentano il metabolismo della nicotina e rallentano l’eliminazione delle sostanze tossiche.

  • Risposta immunitaria:

Le donne hanno una maggiore suscettibilità alle malattie autoimmuni, poichè trascorrono più tempo a casa e sono quindi più esposte ad agenti nocivi (muffe, acari, detersivi ecc.) in grado di interferire con la risposta immunitaria.

Il problema non è solo femminile

Il pregiudizio di genere in alcuni casi ha intaccato anche gli uomini.

Infatti, patologie ritenute classicamente femminili, come la depressione, l’emicrania o l’osteoporosi sono state studiate in maniera meno approfondita negli uomini.

I disturbi alimentari vengono considerati come una prerogativa femminile, e questo ha dato adito alla tendenza maschile nell’essere meno propensi a chiedere aiuto.

Inoltre, ben poche sono le conoscenze sull’ortoressia o la bigoressia, disturbi tipicamente maschili e non meno gravi.

Servono assolutamente dei cambiamenti

Potremmo continuare all’infinito con questi esempi, ma la conclusione è che sesso e genere non sono una componente opzionale della salute, ma sono necessari per raggiungere l’equità nelle cure.

In Italia la situazione sta migliorando, ma ancora troppi sono i pregiudizi, gli stereotipi e le disuguaglianze in medicina.

Oltretutto il problema è anche dovuto all’assenza di dati di genere: finché non inizieremo a raccogliere dati disaggregati per sesso, le donne rimarranno sempre un passo indietro.  

FONTI
Caroline Criado Perez, “Invisibili”, Einaudi editori (2020)
Quaderni del ministero della salute, “Il genere come determinante di salute”
https://www.internazionale.it/notizie/claudia-torrisi/2020/11/11/medicina-di-genere-donne

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