You are currently viewing Il test di Bechdel

Il test di Bechdel

Da una vignetta con un contenuto semplicemente provocatorio, all’inizio degli anni duemila, è esploso il dibattito sulle cosiddette “Regole di Bechdel” accompagnato da numerosi studi accademici sul tema.

La stessa autrice – da cui il test prende il nome – ha poi dichiarato di non aspettarsi assolutamente una così ampia risonanza di quella che, a suo dire, era nata solo come una “battutina lesbica” dell’amica Liz Wallace (da cui “Test Bechdel-Wallace”), a sua volta ispirata da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.

In un passo di quest’opera, infatti, l’autrice lamenta nei romanzi fino a Jane Austen una rappresentazione stereotipata dei personaggi femminili, concepiti sempre e solo in funzione di un uomo o al limite in quanto mogli e madri. Partendo da ciò Alison Bechdel elabora ironicamente un criterio per decidere quali film guardare e quali no, basato sulla presenza di almeno due personaggi femminili che interagiscono tra loro senza parlare di uomini.

Il fatto che si sia arrivati a rendere una battuta un parametro di valutazione cinematografico è stato indicativo di un’esigenza che non sembrava essere mutata dai tempi di Austen e Woolf. Per quanto, infatti, il test presenti chiari ed evidenti limiti, non si può non riconoscerne la grande portata soprattutto in relazione ai recenti avvenimenti che hanno visto una totale messa in discussione di Hollywood e del suo mito.

Nel 2018 la New York Film Academy ha calcolato una media rappresentativa di due/tre personaggi maschili per ogni personaggio femminile, spesso vittima, tra l’altro, del cosiddetto “Principio di Puffetta”, ossia inserito nel film solo in qualità di donna attraente a fronte di una schiera di uomini ognuno dotato di caratteristiche peculiari e sapientemente costruito.

Invero, fanno ben sperare i dati secondo cui, dalla stima che nel 2014 ne vedeva solo nove, negli ultimi anni si è registrato un progressivo aumento di pellicole che superano il Bechdel Test.

“Wanna see a Movie?”

Nel 1985 viene pubblicata una striscia comica intitolata “The Rule” nel fumetto “Dykes to watch out for” di Alison Bechdel, autrice da cui il test prende il nome.

In questa striscia vengono raffigurate due donne, Mo e Ginger, mentre discutono di film e cinema. Ginger dichiara di aver formulato una regola personale per cui guarderà solo film che soddisfino tre precisi requisiti.

Le regole di … Ginger

1.       Nel film appaiono almeno due personaggi femminili?

2.       Questi personaggi interagiscono tra loro?

3.       Nell’interagire, parlano di qualcosa che non riguardi un uomo?

Erroneamente si è attribuita al test la capacità di qualificare un film come “femminista” e, quindi, degno di essere guardato. Al contrario, la mancanza di anche uno dei requisiti suddetti determinerebbe per la pellicola il fallimento del test bollandola in quanto sessista.

Questa, però, né era l’intenzione della sua creatrice, né risulta essere concettualmente corretto qualificare qualcosa o qualcun* come “femminista” sulla base di parametri ideali. 

Indovina chi passa il test

  • Caso 1 – Twilight vs. Gravity
  • Caso 2 – C’era una volta ad Hollywood vs. Eternal Sunshine of the Spotless Mind
  • Caso 3 – Shrek vs. Cenerentola

Twilight vs. Gravity

Il film tratto dalla famosissima saga di Stephenie Meyer spunta tutte le caselle del Test di Bechdel, eppure, da gran parte della critica questo film viene considerato come una storia di sostanziale abuso emotivo oltre che una rappresentazione malsana di relazione romantica.

Dall’altro lato Sandra Bullock in Gravity interpreta un’astronauta intelligente e feroce che riesce a sopravvivere grazie alle sue sole forze e alla sua competenza ma, essendo l’unica donna il cui nome viene pronunciato nel film o compare nei titoli di coda, fallisce il test.

C’era una volta ad Hollywood vs. Eternal Sunshine of the Spotless Mind

La pellicola di Tarantino passa il Bechdel test per le due frasi che il personaggio di Sharon Tate scambia con la bigliettaia del cinema e un altro paio di battute delle “Manson’s Girls” che non si riferiscono propriamente a Cliff o a Charlie, e tanto basta.

Il complesso film di Kaufman, invece, non supera il test nonostante sia forse il primo caso in cui la stereotipata “Manic Pixie Dream Girl”, Clementine, rifiuti espressamente questo ruolo di donna un po’ folle funzionale solo alla salvezza dall’infelicità del protagonista maschile.

Shrek vs. Cenerentola

Passando ai film d’animazione notiamo che il test di Bechdel identificherebbe Cenerentola come un personaggio più “femminista” rispetto all’orchessa/principessa Fiona sulla base esclusivamente dei dialoghi che ella ha con matrigna e sorellastre.

Sono palesi in questo caso, i limiti del test di Bechdel che non tiene conto delle sfaccettature di un personaggio come Fiona creato proprio come caricatura della “donzella in pericolo” e che incarna in sé le qualità di donna forte e sensibile allo stesso tempo.

A cosa serve quindi il Test di Bechdel?

Nonostante esso non misuri quanto un film sia femminista o ben fatto, può comunque essere un potentissimo e valido mezzo per generare riflessioni nell* spettator* sui ruoli attribuiti ai personaggi femminili in qualsivoglia tipo di prodotto offerto al pubblico: dai contenuti dei loro discorsi, alla qualità e quantità della loro presenza, alla tridimensionalità della loro psiche, e via dicendo.

Ciò è vero soprattutto se a tali riflessioni seguono quelle derivanti dal “Reverse Bechdel”: quanti film passano il test ribaltandolo al maschile?

FONTI

“Il test di Bechdel e il soffitto di celluloide” – Marianna Peperna

“A social network analysis approach to examining gendered character positions in popular film narratives” – Pete Jones

“The feminist perspective on the manic pixie dream girl” – Karilla Dyer

“Hers; The Smurfette Principle” – Katha Pollitt

http://bechdeltest.com/

New York Film Academy, Gender Inequality in Film, nyfa.edu, 2018

Per approfondimenti sulle eroine Disney cerca nel nostro feed il post “Animazione e personaggi femminili”

Lascia un commento