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Animazione e personaggi Queer

Come si delineano i personaggi Queer nell’animazione? L’animazione è una tecnica che crea la percezione di movimento tramite immagini proposte in rapida successione temporale. Grazie a essa esistono le opere audiovisive d’animazione, chiamate più comunemente “cartoni animati”, cioè film e serie episodiche con un target d’età basso (ma non solo).

Dobbiamo, infatti, sempre tenere a mente che chiunque può trarre piacere dell’animazione, forma d’arte ancora troppo sottovalutata e considerata unicamente “per bambin*” .

Lì vi lavorano persone adulte: data la maggiore accessibilità delle persone etero cisgender – quasi sempre maschi – ai circuiti del potere, è logico pensare che la narrazione dei personaggi queer venga molto spesso affidata a chi queer non lo è, e se ciò vale per qualsiasi media audiovisivo, varrà anche per l’animazione.

“La rappresentazione nel mondo della finzione significa esistenza sociale; l’assenza implica “annientamento simbolico”

Un buon esercizio non è soltanto chiedersi cosa si sta guardando, ma anche cosa NON si sta guardando.

All’ennesima persona trans uccisa in uno show per “servire le ragioni di trama” è importante domandarsi perché, nel 2020, sia ancora così complicato raccontare una vicenda diversa, un punto di vista diverso da quelli abituali.

Scrive Marina Pierri in “Eroine”, citando George Gerbner, famoso professore di comunicazione.

“Rappresentation matters”

Le donne e in generale tutte le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ sono abituate a combattere la sparizione ogni giorno e la realtà che ci circonda lo dimostra in continuazione: il mondo dell’animazione non fa purtroppo eccezione, nonostante negli ultimi anni si possa finalmente notare un certo trend positivo.

Molte persone discriminatorie affermano che i prodotti animati recenti siano diseducativi proprio perché pregni di rappresentanza LGBTQIA+: nonostante il pericolo del rainbow washing sia sempre dietro l’angolo, questa sovra-rappresentanza sarà vera? Scopriamolo insieme.

Come vengono rappresentati i personagg* queer nei prodotti animati che releghiamo principalmente ai ricordi di infanzia, quando non facevamo caso a molti aspetti che oggi potremmo notare grazie alle lenti giuste?

Sarà vera la sovrabbondanza recente di personaggi LGBTQIA+ sostenuta da molte persone, fra cui spiccano figure politiche italiane, e tacciata come brainwashing e veleno per bambin*?

Ragioniamoci insieme analizzando alcune tecniche e passando in rassegna una serie di personaggi.

Che cos’è il “queercoding”?

Per queercoding si intende una tecnica narrativa che consiste nell’attribuire una serie di caratteristiche fisiche e comportamentali a un personaggio di finzione allo scopo di renderlo interpretabile come appartenente alla comunità LGBTQIA+.

Non si parla di “identificazione” vera e propria bensì di una più ambigua “interpretazione”, cioè si lascia alla discrezione di chi fruisce dell’opera di decidere se quel personaggio sia queer o meno.

Queste caratteristiche che identificano i personaggi queer di cui parliamo sono ovviamente derivate da stereotipi,

Ad esempio abbiamo

  • gestualità teatrale
  • aspetto appariscente e sontuoso
  • atteggiamento vanesio/altezzoso/passivo-aggressivo
  • assenza di partner e discendenza.

Sono parecchi i cattivi Disney ad essere “queercoded”.

In particolare quasi tutti gli antagonisti delle storie basate su un conflitto diretto o un confronto con una figura che segue degli standard di mascolinità:

  1. Il principe Giovanni è vanitoso, insicuro, avido ed è un leone senza criniera come tutti i leoni castrati, avversario di Riccardo, re saggio e leone robusto con una folta criniera.
  2. Ursula, basata esplicitamente sulla famosa drag queen Divine, è aggressivamente sensuale, melodrammatica, ingannevole e contrapposta a re Tritone.
  3. Scar è decadente, teatrale e disinteressato alle leonesse, ha una criniera nera corvina e gli occhi chiari come una vecchia star di Hollywood, avversario di Mufasa, re calmo e posato.
  4. Ade è passivo-aggressivo, arrogante, beve da bicchierini da cocktail, discute con Megara su come gli uomini siano tutti perfidi ed è contrapposto all’imponente e muscoloso Zeus.

Se i re positivi sono agenti maschili ed eterocisnormativi potenti, virili e portatori di ordine e prosperità, allora le figure usurpatrici devono per contrasto essere sessualmente ambigue e portare disordine e decadenza tramite sotterfugi magici ed oscuri, in maniera letterale.

Ursula e Ade ma anche Jafar diventano autentiche divinità della distruzione

Distruzione che dura per i pochi minuti in cui tengono il potere nelle proprie mani (o in maniera simbolica).

Scar, fino al sequel e al live action, difetta “dell’energia maschile” necessaria a riprodursi e infatti non riesce ad avere una discendenza o una compagna nemmeno nel suo lungo periodo da re, durante il quale non solo le mandrie fuggono ma la terra è colpita dalla siccità, perché il suo re è il primo a non essere fecondo.

Questo, fino a che Simba non riporta lo status quo grazie alla discendenza.  

C’è una persistenza sistematica di queercoding

Il queercoding rappresenta quindi un metodo efficace per canalizzare le ansie maschili del non-confronto con la propria componente non maschile e/o non eterosessuale.

Ovviamente è possibile trovare queercoding più o meno pronunciato in numerosi altri prodotti animati, Disney o non, che caratterizzano non solo antagonist* ma anche personaggi bizzarri o spalle comiche

  • Il professor Rattigan che incide una canzone d’addio in cui esprime il suo amore per Basil
  • Pleakley che si trova a suo agio a vestirsi da donna, come James del Team Rocket
  • Le Tont attratto da Gaston anche nel film originale
  • Re Candito che sembra un personaggio comico e poi si rivela il villain
  • Bugs Bunny che “crossdressa” per inserirsi nelle fantasie eterosessuali di Taddeo
  • Il Joker delle serie animate sempre disinteressato ad Harley Quinn
  • Lord Farquaad e Azzurro, e così via.

Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe essendo questi dei topoi talmente inculcati nella nostra mente in modo sistematico che tendiamo a non notarli così come spesso non vengono realizzati con intenzionalità. Il punto è che il queercoding non è per forza negativo, ma se viene fatto su personaggi antagonisti o comici come spesso accade ha la conseguenza di creare in chi fruisce e un’inconscia associazione tra l’essere queer e la malvagità o la diversità.

Dato che parliamo di animazione, il cui target di età è spesso basso, va da sé che tendiamo fin da piccol* a normalizzare inconsciamente temi importanti nel modo sbagliato – nonostante spesso questi personaggi siano considerati più accattivanti, e chiediamoci il perché.

Le intenzioni di un autore (viene usato il maschile non casualmente) possono sparire, ma la sua opera continua ad agire nelle coscienze assumendo una vita propria, molto più legata all’intenzione di chi fruisce piuttosto che all’opera stessa.

Per fortuna recentemente possiamo fruire di personaggi queer scritti meglio ma soprattutto facenti parte canonicamente della comunità.

  • Todd Chavez di “BoJack Horseman” e Spongebob della serie omonima sono dichiaratamente asessuali.
  • Luz Noceda di “The Owl House” e Penumbra del remake di “DuckTales” sono dichiaratamente lesbiche
  • Natalie della stagione appena uscita di “Big Mouth” è una ragazza trans e così via.

I fattori principali sono due: la cura con cui si stanno facendo passi avanti per la rappresentanza – come si nota nel corto “In a Heartbeat” presente anche su YouTube – di personaggi anche positivi e la loro canonicità.

“Steven Universe” e “La leggenda di Korra” avevano già introdotto personagg* queer anni fa, dichiarati tali però solo a serie conclusa.

Al netto di tutto, il problema non è l’introduzione. Il problema è la rappresentazione pubblica di personaggi LGBTQIA+. Il problema è il farlo correttamente senza stereotipi e senza relegarli solo a villain o spalle comiche.

Ciò a cui dobbiamo puntare è una vera e propria pluralità di punti di vista.

Per citare Marina Pierri in “Eroine”:

“È possibile avere accesso temporaneo ai sentimenti altrui cogliendo un’occasione d’oro per comprenderli, imparando a rispettarli. Una TV (vale anche per i prodotti animati!) che prenda a cuore una rappresentazione veramente intersezionale, smottando montagne granitiche di luoghi comuni e costruendo consapevolezza circa il proprio privilegio o la propria oppressione, può avvicinare e sollecitare istanze di parità.”

FONTI ED APPROFONDIMENTI

“King, Warrior, Magician, Lover: Rediscovering the Archetypes of the Mature Masculine” di Robert Moore
Articolo “Boys’ Love anime and queer desires in convergence culture: transnational fandom, censorship and resistance”
“Eroine” di Marina Pierri
https://www.syfy.com/syfywire/the-strange-difficult-history-of-queer-coding
https://www.youtube.com/watch?v=sAJ-mqepq3I
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