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Che cosa significa essere “alla pari”? L’approccio del gender mainstreaming

La storia e il contesto in cui siamo natз e cresciutз hanno portato alla creazione di politiche che sottolineavano il privilegio maschile, rimarcando così uno squilibrio di potere in ogni ambito della società. Sebbene tale tipo di realtà risulti essere ormai incompatibile con i fondamenti democratici attuali, tutt’ora continuiamo ad assistere alle violazioni di tali principi necessari per dirigere l’azione individuale e collettiva verso una sostanziale parità tra gli esseri umani. 

È però assodato che la partecipazione paritaria di uomini e donne all’interno della società contribuisce a garantire sviluppo e democrazia e rappresenta un buon indicatore del livello di maturità politica raggiunta. 

A livello storico, per molto si è ritenuto erroneamente che la questione della parità fosse principalmente una questione femminile in quanto le stesse politiche pubbliche tendevano a favorire gli uomini, considerati il gruppo “dominante”. 

Nonostante ciò, è ormai risaputo che gli svantaggi perpetrati da questa logica si riversano su tuttз, evitando così la reale presa in considerazione delle esigenze e dei bisogni delle persone in quanto tali, al di là del sesso e dell’identità di genere. Partendo da questa convinzione, dagli anni ‘70 l’UE ha intrapreso una serie di azioni per arrivare al raggiungimento della parità tra uomini e donne.  

Basti pensare che nel 1975 fu approvata la prima direttiva europea sulla parità  salariale, mentre nel 1976 fece seguito quella sulla parità di trattamento in materia di accesso all’occupazione, formazione, promozione e condizioni di lavoro.

Negli anni ‘80 invece, vennero introdotte alcune azioni specifiche per contrastare lo svantaggio di cui erano oggetto le donne. Presero vita determinate politiche orientate su ciò che “mancava loro”, sottolineando implicitamente che il problema riguardasse soltanto l’universo femminile chiamato, di conseguenza, a dover cambiare. 

Malgrado questo insieme di iniziative siano state necessarie, non si sono rivelate del tutto sufficienti per apportare grandi modifiche. Sintetizzando, possiamo dire che preparavano le donne ad agire all’interno di una cultura dominata dagli uomini, ma senza metterle in discussione realmente. 

Consapevoli di alcuni limiti, nell’ambito delle politiche in materia di pari opportunità si è progressivamente adottato l’approccio del “Mainstreaming di genere” o del gender mainstreaming, riconosciuto a livello mondiale alla Quarta Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle Donne del 1995.

Partendo dall’assunto che nelle strutture esistenti non vi è neutralità sotto il profilo di genere, il gender mainstreaming consiste nell’adeguata considerazione, all’interno dei programmi e degli interventi economici e sociali, delle differenze esistenti tra uomini e donne. 

Ma cosa implica realmente il mainstreaming di genere? 

  1. l’adozione di una prospettiva di genere inclusiva nella preparazione, progettazione, attivazione, monitoraggio e valutazione di politiche, misure normative e programmi di spesa; 
  2. un processo legislativo e decisionale qualitativamente superiore; 
  3. un insieme di politiche più efficaci e in grado di rispondere correttamente alle esigenze di tuttз lз cittadinз; 
  4. l’analisi della situazione attuale al fine di identificare disuguaglianze e porvi fine tramite politiche mirate. 

Un esempio può esserci fornito dal campo dell’istruzione. Se si lavorasse sullo scardinamento degli stereotipi che perpetuano l’idea collettiva che vede le ragazze  più predisposte, per natura, a carriere in ambito umanistico e i ragazzi per mansioni in ambito tecnico-scientifico, si potrebbe garantire una tutela degli interessi di entrambi i gruppi. Questo infatti, ci permetterebbe di eliminare quei bias che impediscono agli uni e alle altre di studiare ciò che più interessa loro,contribuendo a evitare una futura segregazione lavorativa.

Il gender mainstreaming mira a risolvere le disuguaglianze di genere e risulta perciò uno strumento essenziale per raggiungere la parità di genere. A livello più macro, esso risulta necessario per porre fine alle discriminazioni e alle disparità presenti nella società patriarcale ed etero-cis-normativa.

Per l’Unione Europea la parità tra donne e uomini è riconosciuta come un diritto fondamentale. Risale al 1957 quando il principio della parità di retribuzione per lavoro di pari valore entrò a far parte del Trattato di Roma. È un valore condiviso e una condizione necessaria affinché si possano raggiungere gli obiettivi di crescita, occupazione e coesione sociale che l’UE si è data.

In questo quadro risulta importante ricordare:

  • la Raccomandazione 1984/635 del Consiglio sulla promozione di azioni positive a favore delle donne, ai sensi del quale le azioni positive hanno lo scopo di: “neutralizzare o compensare gli effetti negativi derivanti per le donne che lavorano o cercano lavoro dagli attuali atteggiamenti, comportamenti o strutture sociali basati su una divisione tradizionale delle funzioni all’interno della società tra uomini e donne”; “incoraggiare la partecipazione delle donne nei vari settori della vita lavorativa nei quali esse sono in via di sviluppo e ai livelli superiori di responsabilità al fine di ottenere una migliore utilizzazione di tutte le risorse umane”. 
  • Dal 1996, la Commissione si è impegnata in un “doppio approccio” per realizzare la parità di genere integrando così la prospettiva di genere in tutte le politiche e implementando misure specifiche per eliminare, prevenire o porre rimedio alle disuguaglianze di genere. Entrambi gli approcci vanno di pari passo e l’uno non può sostituire l’altro.
  • Il Trattato di Amsterdam (1997) stabilisce che il principio di parità deve essere integrato in tutte le politiche comunitarie.
  • La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (proclamata a Nizza nel 2003) afferma, all’articolo 23, che “La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, lavoro e retribuzione. Il principio di parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi a favore del sesso sottorappresentato”. 

A seguito delle elezioni europee del 2019, la questione dell’uguaglianza di genere è tornata nell’agenda politica con il forte sostegno della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.
Il 5 marzo 2020, la Commissione europea ha pubblicato “A Union of Equality: Gender Equality Strategy 2020-2025”, una delle strategie europee in materia di uguaglianza, diversità e inclusione. La strategia dell’Unione Europea per raggiungere l’uguaglianza di genere presenta diversi obiettivi politici e azioni che mirano, entro il 2025, a raggiungere risultati significativi muovendosi verso “un’Europa della parità di genere”. L’obiettivo finale a cui si auspica è quello di un’Unione in cui tutte le persone siano libere di agire e di seguire il percorso di vita da loro desiderato.

Gli obiettivi principali sono: porre fine alla violenza di genere, mettere in discussione gli stereotipi di genere, colmare i divari presenti nel mercato del lavoro, raggiungere la parità di partecipazione nei diversi settori dell’economia, eliminare i divari retributivi e pensionistici, colmare il divario legato alle attività di cura e raggiungere l’equilibrio di genere nel processo decisionale e in politica. La strategia fonda le sue radici in un duplice approccio di mainstreaming di genere e di azioni mirate verso l’internazionalità.

Nella pratica, però, sembrano esserci ancora parecchie difficoltà poste in risalto anche dalla Corte dei conti europea dopo la revisione del budget europeo 2014-2020. Quest’ultima, infatti, era finalizzata alla valutazione dell’impatto delle politiche di gender mainstreaming in vista della nuova Strategia per la parità di genere e dei fondi europei che saranno utilizzati per il Next Generation Eu.

Nonostante la crescente consapevolezza riguardo alle tematiche di genere e alla riduzione delle disuguaglianze, l’indice sull’uguaglianza di genere pubblicato dall’European Institute for Gender Equality è di 67,9 per l’Unione europea a 28, abbastanza lontano dal 100 previsto per la piena uguaglianza. Le disuguaglianze sono rintracciabili in molteplici ambiti quali il mercato del lavoro, i salari, l’uso del tempo, la politica, l’istruzione e la salute. 

E in Italia? 

Sono presenti notevoli differenze tra i paesi che compongono l’Unione Europea e l’Italia, soprattutto per quanto concerne il mercato del lavoro che presenta, in riferimento all’indice, un valore di 63,5: decisamente inferiore a quello medio. Anche il gender gap relativo al tasso di occupazione si attesta come uno dei più elevati a livello dell’Unione europea con circa 20 punti percentuali.

Nonostante l’art. 3 della Costituzione italiana reciti che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, l’Italia fatica a compiere progressi nell’ambito e ad ottenere risultati soddisfacenti. Gli sviluppi raggiunti sono per lo più da ricollegarsi alla necessità di adeguarsi alle direttive dell’Unione Europea, implementate attraverso i programmi del Fondo Sociale Europeo (FSE) e del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR). 

Per concludere, possiamo affermare che il gender mainstreaming porterebbe grandi benefici a livello globale e che l’uguaglianza di genere è sempre più impellente. Le disuguaglianze di genere hanno effetti su tutta la società e su tutti gli esseri umani, basti pensare al fatto che lo squilibrio nel mercato del lavoro porta a una diminuzione del PIL nazionale.

Solo un approccio inclusivo che prende in considerazione le peculiarità di ogni individuo può condurre a una strategia intersezionale a beneficio di tuttз, in grado di prendere in considerazione sia donne che uomini ma, anche, le altre molteplici identità di genere, l’età, l’etnia, l’orientamento sessuale, la disabilità e lo status sociale dз singolз.

Adesso, terminata la lettura, è tempo di giocare! Vi lasciamo qui un gioco per cimentarvi con il Gender Equality Index e scoprire come sarebbe la vostra vita, in quanto uomini e donne, se viveste in un determinato paese europeo: 

https://eige.europa.eu/gender-equality-index/game/BG/W

Fonti:

European Institute for Gender Equality:

https://eige.europa.eu/gender-mainstreaming/what-is-gender-mainstreaming 

https://eige.europa.eu/gender-equality-index/2020/country/IT

https://eige.europa.eu/gender-mainstreaming/countries/italy

European Commission:

https://ec.europa.eu/employment_social/equal_consolidated/data/document/gendermain_it.pdf  (punti 3,4,5,6)

 https://ec.europa.eu/info/policies/justice-and-fundamental-rights/gender-equality/gender-equality-strategy_en

United Nations:

https://www.un.org/womenwatch/osagi/pdf/e65237.pdf

Centro studi europei:

http://www.centrostudieuropei.it/jeanmonnet/wp-content/uploads/2016/02/Slide-Vingelli.pdf

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