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Cucire per conoscersi

Conoscersi è una questione di fili e gli avi lo sapevano molto bene.

Durante il Rinascimento, tra le tantissime forme d’arte che riprendono vita dopo l’oscuro e temuto medioevo, c’è anche il cucito.

Figlio di quello classico, il cucito creativo nasce dall’esigenza di creare un nuovo modo di comunicare, narrare, esprimere, esternare e sentire, calderone di termini madre di tutte le arti. 

Un linguaggio così antico in una società così moderna funziona, dal momento in cui è alternativo a tutti i tipi di narrazione che già si conoscono. 

Le nonne cucivano davanti al camino nei lunghi pomeriggi invernali, scambiandosi pareri, riflessioni e stati d’animo con un gruppo di altre donne sedute sulle seggiole di paglia a intrecciare i fili della loro storia. Alcune cucivano per donare una sciarpa calda al marito (cucire dal latino cosire “tenere unito”), altre rammendavano per mettere una pezza ai problemi della loro generazione (rammendare dal latino menda “riparare un danno”), altre ancora tessevano per dialogare; forse per le donne esprimere la propria opinione non era così facile come adesso (tessere dal latino textum “tessuto/contenuto di uno scritto”).

Oggi, come le nonne all’epoca davanti al camino, l’arte tessile viene usata come mediatore artistico nella relazione tra paziente e terapeuta. Perché?

Per gli stessi motivi per cui veniva usato il cucito anni fa: cucire per tenere unito, rammendare per riparare un danno e tessere per esprimersi.

I vantaggi dell’uso del mediatore tessile nella relazione d’aiuto sono molteplici: rilassa e distende, attiva la creatività, permette di scegliere le stoffe gradite con la possibilità di costruire qualcosa di proprio, può esprimere uno stato di benessere ma anche uno stato di rabbia e di protesta grazie all’uso duttile della stoffa strappabile. Si può annodare la stoffa, rammendare o creare una creatura che funge da alter ego e che diventa molto utile durante il percorso terapeutico. 

Come afferma Freud nel suo Al di là del principio del piacere, le emozioni sono come energia libera e hanno bisogno di prendere forma attraverso colori e forme, trasformandosi così in energia legata, altrimenti costituiscono un grande nucleo confusionale per l’apparato psichico. 

Quale modo migliore se non “legare” le emozioni attraverso i fili?

Specifico che energia legata non è intesa come ingabbiata, ma come ordinata secondo una scorrevole narrazione che crea un benessere psicofisico e aiuta nella digestione delle emozioni. 

Proprio come il sogno freudiano che trasforma le energie libere in energia legata attraverso l’immagine dando loro “contenimento”, anche le mani possono trasformare il caos in storia attraverso il cucito. 

Un fondamentale concetto che accompagna tutto il processo terapeutico è lo stato illusivo. Anche in questo caso,  come per il “contenimento”, il sogno come l’arte sono accomunati da una peculiarità pressoché esilarante: come nel sogno, mentre diamo forma ai vissuti attraverso l’arte entrano in scena due entità, vale dire l’inconscio e l’Io vigile.

Come su un ring ognuno dei due vuole la meglio sull’altro, l’inconscio che preme per esprimere i suoi bisogni rimasti inespressi e l’Io vigile che sa di star sognando o creando, nel caso si tratti di arteterapia, ma sa di star facendo tutto ciò in un setting protetto, e concepisce il sogno o il manufatto artistico come finzione/gioco e perciò lascia un po’ più libera l’espressione dell’inconscio. 

Durante l’infanzia lə bambinə distingue perfettamente il gioco dalla realtà, ne consegue che giocare abbassa le difese də bambinə quanto dell’adulto, ci si permette di più perchè appunto l’Io vigile è cosciente del fatto che sta solo “giocando”. 

Perché allora non giocare creando la propria creatura all’uncinetto?

Nel 2015 la Journal of the American Art Therapy Association pubblica uno studio sulla fabbricazione di bambole terapeutiche per traumi complessi (il termine indica l’esposizione ad una serie di traumi ripetuti nel tempo). L’articolo pubblicato da Sonia M. Stace include l’immagine di una serie di bambole realizzate da una paziente con diagnosi post-traumatica in seguito ad abusi infantili e violenze domestiche. 

(Fig.1 – 2)

Nella realizzazione della prima bambola come rappresentazione di se stessa, la paziente ha descritto la sua creatura come morbida, fragile, incapace di reagire alle violenze subite. 

Da notare come la creatura sia avvolta in una serie di garze arrotolate al suo corpo.

Nella seconda figura la paziente ha espresso tutto il suo dolore per le violenze subite in età infantile realizzando una rappresentazione del suo sé esterno. Un groviglio di fili che escono al di fuori del suo corpo rappresentano tutta la sua forza nel prendersi cura di se stessa e sopravvivere ai ripetuti traumi, come lei stessa ha spiegato.

 (Fig. 3 – 4)

Nella terza figura la paziente ha realizzato una creatura con pezzi di legno a rappresentare il suo presente e tutto il suo processo terapeutico grazie al quale ha potuto costruire pian piano un’immagine di sé più solida. 

Nella quarta e ultima figura la paziente ha affermato di aver realizzato una bambola di media grandezza rispetto alle altre per simboleggiare l’accettazione della parte bambina ferita e l’avvicinamento al suo Io adulto capace di prendersi cura di lei. Da notare sotto al piede destro della bambola alcune foglie rosso sangue a simboleggiare, come lei stessa spiega, un’infanzia traumatica che non ha più sede nel cuore, ma sotto i suoi piedi. 

Il “gioco” , il “come se”, la manualità, il costruire, ha consentito alla paziente di far emergere numerosi traumi tenuti nascosti fino ad allora e che non avevano trovato terreno fertile per emergere con le terapie tradizionali. Le conclusioni di questo studio e di numerosi altri evidenziano dei notevoli progressi in pazienti con traumi complessi, per il raggiungimento di un’accettazione dei traumi e una gestione quanto più serena della propria identità. 

FONTI:

Bolech, I., L’esperienza del cucito in arte terapia, Independently Published, 2017.

Freud, S., Al di là del principio di piacere, Bollati Boringhieri, 1986.

Winnicott, D., Tra gioco e realtà, Armando editore, 2005.

https://www.ohga.it/joao-stanganelli-il-nonno-brasiliano-che-realizza-alluncinetto-bambole-con-la-vitiligine/

https://siamomamme.it/neonati/octopus-therapy-i-polpi-di-uncinetto-per-i-nati-prematuri/

Maria Lai, un filo d’arte per tutti.

https://www.nuoveartiterapie.net/new/pdf/Testo3-Artiterapie-strategie-arteterapeutiche-attuali.pdf

https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/07421656.2014.873689

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